Caduta di un meteorite sulla terra

si Silvia Mandelli

Alcuni anni fa all’interno di un laboratorio di gruppo per fratelli e sorelle di bambini con sindrome di Down    un bambino di nome Fabio  di 8 anni  mi aveva  posto senza troppe cerimonie un quesito preciso: “ Ma dott.ssa come mai è caduto il meteorite sul vulcano Etna?”.  Quale   metafora più appropriata  per  descrivere la nascita di un bambino con disabilità in una famiglia?  La caduta di un meteorite, come evento naturale spesso imprevedibile, che  proviene dall’universo e precipita  sul  Pianeta Terra e  che improvvisamente  e inesorabilmente stravolge gli equilibri di un sistema. Fabio aveva quindi centrato il tema dell’incontro e quell’immagine era stata per tutti un’occasione per raccontarsi.

I temi che spesso emergono dagli incontri e dai colloqui psicologici con i fratelli e le sorelle di persone con sindrome di Down , che la letteratura identifica nella categoria di “sibling” sono molto interessanti. In questo breve scritto desidero descrivere alcune tematiche che sono ricorrenti nelle testimonianze di sibling nella fascia di età della scuola primaria  e della scuola secondaria.

Sarà mia premura sottolineare l’età di appartenenza delle testimonianze o dei riferimenti dei sibling  perché le riflessioni, le emozioni, le immagini che accompagnano lo sviluppo sono strettamente correlate alle tappe dello sviluppo del bambino.

L’intervento dello psicologo attraverso dei gruppi di narrazione o dei  colloqui individuali con i  sibling non ha una funzione terapeutica ma , a mio parere, si delinea come un’opportunità per il bambino di: porre domande sul fratello o la sorella con disabilità, richiedere informazioni mirate alla  disabilità stessa e  poter condividere le sue emozioni o i suoi  pensieri sulla relazione fraterna. Ritengo , come spiego sempre ai genitori, che favorire uno spazio di ascolto non giudicante e competente a un sibling abbia di per sé un “effetto preventivo”. La relazione con lo psicologo offre  la certezza della   disponibilità di una mente in ascolto esterna che può garantire un dialogo competente ed empatico. Lo spazio del colloquio è come un  porto sicuro per il sibling dove: approdare, fare rifornimento e magari partire con vento in poppa.

Di norma quando nasce in una famiglia un bambino con disabilità tutto il sistema di relazioni dei membri della famiglia nucleare e allargata risente di un cambiamento. Come un sassolino lanciato nel lago propaga una serie concentrica di cerchi lungo tutta la superficie. L’acqua si increspa e poi tende a trovare un nuovo equilibrio dinamico.

La famiglia è un sistema di relazioni e la nascita di un bambino con disabilità non è di per sé un evento “patologico”. Non si può comunque  prescindere dagli effetti di tale evento all’interno di un sistema di relazioni soprattutto allo sguardo di un sibling nella prima infanzia .

Il sibling percepisce il primo segnale di cambiamento quando  mamma e papà tornano a casa  dall’ospedale Il piccolo vede e  intuisce dai volti provati  dei genitori, dei nonni o degli amici che “qualcosa è andato storto”. Il clima di festosa attesa si adombra e la tristezza e le preoccupazioni degli adulti prendono spesso  il sopravvento alla gioia. Il sibling si pone delle domande e nella sua psiche iniziano a sorgere dei pensieri “gravosi” da contenere. Oltre alla naturale gelosia/curiosità rispetto all’arrivo di un fratellino che, comunque crea una condizione di instabilità e di fatica a contenere sentimenti fra loro spesso ambivalenti, il bambino si accorge dei pensieri “dolorosi” di mamma e papà. La sua prima preoccupazione è rivolta ai suoi genitori che sono la sua fonte di stabilità e di sicurezza e   temendo  di causare loro un’ulteriore preoccupazione  decide, anche se più o meno inconsciamente, di tenere per sé questi pensieri.

Le domande frullano nella sua testa a cui , da solo , non trova risposta  e accresce in lui un senso di solitudine. Questi “pensieri impensabili” si accumulano piano piano  come in un  “baule” in una stanza nascosta nel suo mondo interiore a cui sembra che nessuno adulto possa avere accesso. In questo baule si possono raccogliere : la gelosia per l’arrivo di un fratellino che  occupa troppo spazio nella mente dei genitori,  la rabbia di non ricevere più le stesse attenzioni, il timore di essere dimenticato e non pensato, il sentimento di  rifiuto di un fratello, il desiderio di ripristinare un ordine  già  famigliare e acquisito e la preoccupazione per la salute del fratello con disabilità. Spesso se questo baule rimane nascosto si riempie anche di tensioni legate a passaggi di crescita impegnativi dei bambini come l’ingresso alla scuola primaria. L’insorgenza di alcune reazioni “strane” rilevate nel comportamento del sibling  vengono  spesso segnalate dai genitori diventano un’occasione preziosa per avviare un dialogo fra adulto e bambino. Uno spazio di ascolto  per condividere quei pensieri e quelle paure che come “fantasmi indesiderati” abitano la mente del piccolo. E’ auspicabile  che i genitori, pur vivendo un momento di fatica e di sofferenza, possano provare  a spiegare con parole semplici e comprensibili la situazione famigliare al sibling per permettere una lettura della realtà sufficientemente comprensibile e quindi meno minacciosa.

Qualche anno fa avevo incontrato   a colloquio Lorenzo,  un sibling di 6 anni, che si prestava ad entrare l’anno successivo alla scuola elementare. I suoi disegni erano pieni di dinosauri  preistorici che dilaniavano le prede, che non si facevano prendere dai cacciatori e che secondo il racconto del padre disturbavano ormai da tempo i sonni del piccolo.  I dinosauri sembravano uscire da quel baule dove le cose avevano una forma ed un’ energia vitale e primitiva che  faticava a prendere una forma più “gestibile”. Forse ogni dinosauro era un “condensato” di più paure e rabbie. Avevo  invitato Lorenzo a disegnare questi terribili mostri preistorici e poi insieme avevamo rappresentato  un guardiano a cui avevamo dato ogni sorta di arma per renderlo “forte” abbastanza  per tenere a bada  queste creature feroci. I disegni dei dinosauri erano  stati quindi un’occasione di dialogo in una modalità in sintonia con le capacità espressive del sibling.

I fogli erano come delle gabbie “sicure” e la mente dello psicologo si era prestata ad accogliere dei contenuti “complessi” e “ardenti”.

Un ascolto aperto e paziente si rivela essere lo strumento adeguato al dialogo che allevia il senso di solitudine e di impotenza che, a volte, permea l’universo psichico del bambino.

L’immagine del dinosauro e la vita preistorica  ci accostano ad  un altro tema molto ricorrente nella mente dei sibling: la rabbia. Un impeto che diventa spinta vitale quando riesce ad essere espresso e incanalato verso obiettivi socialmente adeguati e con modalità idonee ma anche un’energia che può essere difficilmente gestibile. La rabbia è come la lava di un vulcano nella mente di un bambino e può uscire gradualmente   attraverso vie  naturali, esplodere con eruzioni o implodere  e creare accumuli interni. La rabbia spesso si alimenta di vissuti di solitudine, di paure di non essere ascoltati , compresi e accolti, di  sensi di inadeguatezza,  sensi di colpa  e di gelosie .

Ho potuto riscontrare in modo evidente la presenza a volte dilagante della rabbia in sibling in preadolescenza. Una fase di sviluppo    evolutiva  transitoria che coinvolge molte energie psichiche del ragazzo e della ragazza. In questa fascia di età i ragazzi  avanzano maggiori richieste di autonomia e di appartenenza ad un gruppo di coetanei. A volte il genitore richiede al sibling di “portare” con il proprio gruppo di amici  la sorella o il fratello con disabilità e  questa richiesta o questa esperienza può essere fonte di vergogna e di  imbarazzo.

Giovanna, una sibling di 13 anni, raccontava in un gruppo un episodio per lei molto doloroso:

“… proprio questa settimana un ragazzo che conosco di vista mi ha scritto sul cellulare che mia sorella è Down, per offendermi. Io gli ho risposto di sì, e che non me ne vergognavo affatto così lui ha iniziato ad insultarmi e a dire che non capisco niente, proprio come mia sorella. Non l’ho detto neppure a mia mamma. Comunque ho risposto di andarsi a documentare su internet e gli ho fatto il copia-incolla di alcune informazioni. Mi ha detto che dovevo vergognarmi. Gli ho detto che mi vergognerei ad avere un fratello come lui.” L’occasione del gruppo era stata importante  per Giovanna perché le aveva permesso di parlarne e di condividere un segreto “doloroso”. In quell’occasione mi aveva molto colpita la reazione dei sibling presenti che avevano espresso  una profonda comprensione e solidarietà: Il racconto di Giovanna aveva permesso poi a tutti i presenti di raccontare  testimonianze di esperienze simili. Ognuno, almeno una volta nella vita, aveva difeso a volte a parole e altre volte  a “botte” il fratello o la sorella con disabilità da :scherzi, battute o comportamenti ritenuti offensivi. Si evidenziava quindi un ascolto “vigile” verso il parente ritenuto più vulnerabile  e una reazione accettata nella difesa di quest’ultimo.  In un altro gruppo di sibling Maria , di 12 anni, raccontava  che era molto arrabbiata con i genitori perché le impedivano di uscire di casa con le amiche perché doveva stare a casa a studiare. A volte doveva occuparsi della sorella che non poteva restare a casa da sola. Maria alternava litigate furiose con la madre a comportamenti di autolesionismo procurandosi dei tagli ai polsi e alle gambe. La sua rabbia era come lava esplosiva che non trovava dialogo per raffreddarsi. La madre aveva fatto “promettere”  alla ragazza che si sarebbe sempre occupata della sorella con disabilità. Maria sentiva questa  “richiesta indiscutibile” e si sentiva schiacciata da  tutta la responsabilità e il carico.

La rabbia, la gelosia, la preoccupazione ,l’iperprotezione, i sensi di colpa dei sibling  si accompagnano a sentimenti di profondo amore e riconoscenza verso  un fratello o una  sorella che ha  certamente reso la loro esistenza più “faticosa” ma anche più autentica.

Vorrei concludere questo breve scritto con un’affermazione che mi fa ancora riflettere pronunciata da Erika,  una sibling di 14 anni rispetto al fratello con disabilità: ” … io non lo noto neanche che è Down!” . Per un sibling il rapporto con il proprio fratello e sorella disabile è prima di tutto  un rapporto fra persone!

Tale relazione diventa quindi un’occasione per entrambi per misurarsi, conoscersi e delineare le proprie strade senza mai prescindere da un legame che sempre si rivela molto, molto stretto.