La scuola superiore

si Sonia Mazzitelli

Il passaggio dalla scuola media alla scuola superiore  è un momento delicato sia per il ragazzo che per la famiglia. Può  essere paragonato ad un viaggio verso una meta che non è possibile definire a priori, nel quale incontrerò ad ogni tappa, persone nuove, luoghi per me sconosciuti in cui addentrarmi.

Si sa che un viaggio, soprattutto se importante è carico di aspettative, deve essere adeguatamente preparato, posso decidere di portarmi cose che già mi appartengono e che temo di non trovare nel posto nuovo, qualcosa che mi rassicuri. Allo stesso tempo lascerò spazio per accogliere il nuovo e l’esperienza di crescita che sto andando a fare: sto diventando grande!

All’ingresso della nuova scuola occorrerà pian piano “disfare la valigia” ovvero, togliere degli oggetti per poi fare spazio ai nuovi (altrimenti rischiamo che non si chiuda e che strabordi) che rappresentano testimonianze della nuova esperienza quotidiana. Disfare e rifare la valigia vuol dire rendersi conto e divenire consapevoli di un cambiamento.

I nostri ragazzi, più di altri, faticano ad anticipare gli eventi, per cui necessitano di un forte sostegno e noi professionisti insieme alle famiglie ci impegniamo a sostenerli e guidarli attraverso un lavoro di mediazione che permetta loro di capire cosa vuol dire questo passaggio. Per questo, è buona prassi stabilire un progetto di raccordo tra i due ordini di scuola che, ha lo scopo di sollecitare la reciproca conoscenza, oltre che fornire il passaggio di informazioni sia sulla didattica che sulla storia personale di ogni singolo ragazzo.

Nella pratica questo può essere declinato in una:

  • visita edificio scolastico nei suoi spazi: classi, laboratori, palestra uffici, biblioteca..
  • Partecipazione attiva ad uno o più laboratori e/o attività curricolari di classe in cui  l’alunno  viene coinvolto  concretamente.
  • Conoscenza a priori delle materie che si andranno ad affrontare (molte delle quali nuove rispetto al percorso precedente).
  • Lavoro sulla consapevolezza del mio nuovo ruolo di alunno, con relativi diritti e doveri.
  • Il percorso della scuola superiore tra diritti e doveri

Il primo passo per aiutare i docenti e gli alunni nell’accoglienza di un alunno con una disabilità e la  conoscenza della legislazione scolastica in merito alla frequenza dei ragazzi nella scuola superiore Una volta sgombrato il campo da eventuali equivoci, si procede all’avvio del percorso di integrazione, per il quale i principali riferimenti legislativi sottolineano l’importanza della predisposizione e della padronanza puntuale di alcuni tipi di documentazione che si riferiscono alla Diagnosi Funzionale(DF) a cui fa seguito un profilo dinamico funzionale(PDF) ai fini della formulazione di un piano educativo individualizzato (PEI).

Questi tre elementi sono la risultante di una stretta collaborazione tra le persone che ruotano intorno al ragazzo con sindrome di Down, nello specifico gli operatori della Asl che hanno in carico il ragazzo (nel nostro caso dall’équipe dell’associazione), l’insegnante di sostegno gli  insegnanti curricolari e in primis ci si avvale della collaborazione della famiglia.

Lo scopo di questo lavoro di équipe, oltre che garantire il diritto allo studio, all’istruzione e all’educazione, è fondamentale per restituire a quel ragazzo la sua storia, realistica, fatta di fatiche e successi, di tappe di sviluppo, ma anche di arresto, in cui non è la genetica a far da “padrona”, ma è l’esperienza, i percorsi fin ad ora intrapresi, le persone incontrate, l’ambiente in cui ha vissuto che hanno dato vita a quella persona e non un’ altra.

Prendersi cura del percorso scolastico educativo di una persona con sindrome di Down, si declina in un attenzione che va oltre un mero codice diagnostico (ICD 10-Classificazione Internazionale delle Malattie) ma attiva tutte le risorse possibili, per dar vita ad un PROGETTO che in un ottica ICF( Classificazione Internazionale del Funzionamento della Disabilità e Salute), possa considerale tutte le variabili, personali e ambientali in gioco.

Ci sono ancora insegnanti che nel raccontarmi del proprio alunno con sindrome di Down, mi parlano delle loro esperienze pregresse, come se queste valgano per tutti i nostri ragazzi. Credo vivamente che ogni esperienza valga la pena essere custodita ma non è pensabile che sia l’unico parametro su cui rapportarmi. Non mi stancherò mia di ripetere che ogni ragazzo è unico e porta con sé una sua individualità, una sua storia e come operatore, docente, educatore, non posso che entrare in contatto con essa in punta di piedi, sospendendo ogni giudizio,  osservando, ascoltando e lavorando insieme a lui per portarlo a raggiungere la sua autonomia possibile, a scuola, a casa, in tutti i contesti di vita. Il confine tra dipendenza e autonomia è labile, occorre lavorare in primis su  noi stessi e poi aiutare gli altri a comprendere che sostituirsi all’altro, equivale a “dominarlo” con la conseguenza di non renderlo libero, libero anche di sbagliare.

Riteniamo come Associazione,che un buon percorso educativo è possibile quando a scuola ci si attiva per conoscere e sapere, per progettare spazi di lavoro comune, per coinvolgere i compagni, per conoscere ciò che rimane oltre l’orizzonte scolastico e infine per intraprendere una formazione continua e un percorso di aggiornamento indispensabili nel lavoro educativo.

Gli arresti al “sistema”
Nella mia carriera universitaria e  nei vari convegni sul tema dell’inclusione scolastica, ho sempre sentito parlare oltre che di legislazione, di buone prassi per garantire la qualità di vita di uno studente con disabilità.

Negli anni, con l’esperienza sul campo, mi son resa conto che l’inclusione scolastica  è come un buon software ben programmato, all’avanguardia rispetto ad altri, ma che incorre qua è la in virus che portano al mal funzionamento dell’intero sistema.

Spesso invece che dotarsi di un buon antivirus e fare controlli periodici, si tende a resettare tutto e a ricominciare da capo, ed è così che a volte si sentono i nostri ragazzi ad ogni cambio ciclo scolastico, ad ogni cambio docente, educatore, compagno di classe etc.

Credo che se le persone che hanno a cuore la sfida educativa facessero come degli aggiornamenti costanti, fidandosi anche di tecnici specializzati,(non sempre il “fai da te” è funzionale)  forse saremmo tutti più pronti e preparati  ad “arresti di sistema.

Ripensando alle storie dei ragazzi che ho seguito in tutti questi anni, penso che si potrebbe aiutarli di più se:

  • Si smettesse di pensare all’alunno con sindrome di Down, come ad un bambino, se può essere  vero che , in alcuni casi, l’età cronologia non è sempre in relazione all’età mentale, non è così scontato proporre materiali che non rispettino il loro essere adolescenti.
  • Che per rendere loro accessibile alcuni contenuti si può ricorre non ad una banalizzazione degli stessi, ma ad un’ accurata semplificazione
  • Che i compagni di classe possono essere un’ottima risorsa, in quanto gruppo di pari a cui l’adolescente cerca di aderire, e che forse bisognerebbe fare più formazione su cosa voglia dire avere in classe un alunno con bisogni speciali.
  • Incentivare lavoro di gruppo, con i compagni perché ognuno, con le sue capacità,  possa essere parte di un piccolo progetto
  • Avere sempre presente la contitolarità del docente di sostegno e che l’alunno con sindrome di Down è un alunno tra gli alunni con gli stessi diritti ma sottolineo con gli stessi doveri.
  • Importanza di vivere il tempo scuola nella classe, che non vuol dire solo socializzare, ma abituare l’alunno ad un autonomia di lavoro, a fare fatica e a saper  chiedere aiuto.
  • La scuola ha il compito di formare l’uomo e il cittadino, è una piccola città in miniatura, ognuno ricopre un ruolo che va sostenuto e dichiarato.
  • Nell’’approccio alla didattica  l’utilizzo di strumenti compensativi e dispensativi può favorire l’acquisizione e la memorizzazione dei alcuni contenuti.
  • Dotare gli alunni  anche con sindrome di Down di  una didattica metacognitiva che si declina, in  un  abituare i ragazzi a pensare e non subire l’apprendimento, riflettere sul loro modo di affrontare un lavoro e allo stesso tempo condurli attraverso una mediazione ad essere protagonisti del loro progetto educativo.
  • Riuscire a creare una buona alleanza scuola-famiglia è il primo passo per far vivere ai nostri figli una buona scuola. Un alleanza che viaggia su temi quali fiducia, reciprocità, rispetto dei ruoli, coerenza e chiarezza al fine di garantire al proprio figlio e alunno un percorso lineare, senza messaggi contraditori.